cos'è architettura & co.

architettura & co. è stato pensato da paolo giardiello per mettere a disposizione di tutti, in particolare dei suoi studenti, i propri scritti, ricerche e riflessioni sull'architettura. il blog contiene testi pubblicati, versioni integrali di saggi poi ridotti per motivi editoriali, scritti inediti o anche solo riflessioni e spunti di ricerche. per questo non ha un ordine determinato, non segue un filo logico, ma rappresenta solo la sequenza temporale di occasioni in cui parlare di architettura, prima di farla "parlare", come invece dovrebbe, normalmente, essere.

31 luglio 2012

L'abitare in movimento




Il primitivo atto insediativo che definisce culturalmente il rapporto tra l'uomo e la natura è storicamente rappresentato da due archetipi: la grotta e la tenda (capanna).
Come scrive O. M. Ungers, "l'architettura conosce due tipologie fondamentali: la caverna e la capanna. La prima simboleggia il durevole, la costante, è persistente e legata a un luogo. La seconda è mobile, ha un che di temporaneo ed effimero, e può cambiare continuamente luogo. Nella caverna prende corpo la stabilità, nella capanna la mobilità" (1).
Se l'evoluzione di tali due modelli è evidente – da un lato l'architettura della massa, della solidità e della permanenza, dall'altro quella della trasparenza, della leggerezza e del temporaneo – i principi dell'abitare ad essi correlati non sono così diretti. Infatti, più l'architettura è “stabile”, “durevole” e quindi definita ed immutabile nella sua espressione fisica, più i suoi contenuti, legati alla funzione e ai significati stessi dello spazio, rischiano, in caso di perdita o di spostamento dei valori, di non corrispondere, col passare del tempo, alla struttura costruita; più invece il contenitore che delimita lo spazio fisico è “flessibile”, “instabile” e pertanto modificabile, maggiormente i principi insediativi e gli stili di vita vengono assecondati e confermati grazie proprio all'adattabilità dell'involucro che li definisce.
La "tenda" rappresenta quindi un archetipo che, dietro l'apparente fragilità e una fraintesa debolezza dei “significati”, nasconde, in realtà, una logica abitativa stringente, basata su valori e contenuti forti e durevoli, che non richiedono di alterare o trasformare il contesto naturale, quanto piuttosto di entrare con esso in un rapporto di simbiosi e scambio. Tale “leggerezza insediativa”, che non comporta alterazione della natura, ma che conserva e trasmette nel tempo modalità culturali dell'abitare nette e definite, si confronta con la mobilità, con l'assenza di radicamento ad un luogo determinato. L'atopia, che non è un principio previsto dall'archetipo della caverna, è perseguibile invece con il modello, instabile, della tenda, di quella modalità di abitare capace di interpretare “dinamicamente” il rapporto tra uomo e natura. Il nomadismo, ma anche il semplice viaggiare, impone di superare il concetto stesso di “casa”, introducendo l'idea di spazio come “strumento” per vivere la natura nella sua interezza. Solo pochi oggetti e antichi riti consolidati permettono di fare di "qualsiasi luogo" il "proprio luogo" dove sostare e quindi di cui appropriarsi - discretamente e limitatamente nel tempo - quando è necessario.
Il progetto degli interni dei mezzi di trasporto, quando questi entrano a far parte della vita dell'uomo, ricerca la loro specificità, quella di spazi dalla funzionalità ridotta e per un tempo di permanenza limitato, rifacendosi invece a modelli abitativi e distributivi desunti dai luoghi domestici, da soluzioni quindi stabili per situazioni che, invece, non lo sono. L'abitare “in movimento” non richiede un luogo circoscritto, non necessita di uno spazio statico, ma crea i sensi dell'intimità e dell'accoglienza intorno a condizioni e relazioni capaci di adattarsi a qualsiasi luogo.
Gli interni di navi treni ed aerei, abbandonando morfologie tipiche della casa/caverna, possono dare vita a nuove soluzioni idonee all'uso limitato nel tempo e nella dimensione; spazi flessibili e compatti, rinnovati nei materiali e nelle funzioni. Ambienti quindi estranei a comportamenti e a ritualità della tradizione domestica, che tendono ad una diretta corrispondenza tra forma e funzione, tra immagine e contenuto, tra individuo e oggetti, in nome di rinnovati “stili di vita”.
Addomesticare” un luogo in movimento, significa dimensionare spazi e strutture direttamente intorno all’uomo, allestire un vero e proprio abito “su misura” comodo e funzionale, superando assetti formali consolidati e rispondendo alle aspirazioni ed esigenze di nuovi comportamenti basati su tempi e misure distinti.
La durata della permanenza in un veicolo capace di viaggiare, e la dimensione dello stesso, portano naturalmente verso un’abitabilità ridotta e ad un grado limitato ed essenziale di socializzazione.
Parlare di luoghi da abitare in movimento quindi significa abbandonare il modello culturale proprio della “grotta” ed estendere ed ampliare quello della “tenda” oltre i confini stessi dell'architettura, dove il “rifugio” non è solo ciò che “protegge” quanto piuttosto quel determinato spazio in cui è possibile ritrovare impresse e leggibili le tracce delle proprie attività, fisiche e psicologiche, capaci di interpretare, culturalmente, il rapporto con la natura.
Il mito del viaggio, l'idea di appartenenza ad un luogo non definito o circoscritto, conforma un modo di abitare che va oltre la casa, che non la imita ma che è capace di evocarla attraverso i gesti, gli oggetti e le memorie che la sostanziano.
Wherever i lay my hat (that's my home) recita la canzone di Marvin Gaye del 1962, a sottolineare un senso di appartenenza e di relazioni fatto esclusivamente di comportamenti e modi di essere. Essere “di casa” e non essere “in casa”.
I luoghi da abitare minimi, come quelli propri del mondo della nautica, necessitano quindi di una progettazione degli interni non basata sulla forma o sulla riconoscibilità degli spazi di vita, quanto piuttosto sulla trama di relazioni e di comportamenti, su sensazioni di tipo domestico, escludendo la riproposizione di caratteri desunti da altre condizioni dell'essere, capaci di suggerire gli strumenti per mettere realmente in contatto l'uomo con l'habitat di cui è parte.
L’esperienza della natura, del mare, della velocità, del viaggiare, del conoscere, va letta attraverso modelli abitativi chiari, diversi da quelli della tradizione architettonica, oltre le suggestioni del design di moda, assecondando le esigenze intime e profonde di chi desidera provare tali emozioni.

(1) O. M. Ungers, Pensieri sull'architettura, in Oswald Mathias Ungers. Opera completa, 1991 - 1998, Milano 1998, e riportato anche in “Casabella” 657, giugno 1998.