cos'è architettura & co.

architettura & co. è stato pensato da paolo giardiello per mettere a disposizione di tutti, in particolare dei suoi studenti, i propri scritti, ricerche e riflessioni sull'architettura. il blog contiene testi pubblicati, versioni integrali di saggi poi ridotti per motivi editoriali, scritti inediti o anche solo riflessioni e spunti di ricerche. per questo non ha un ordine determinato, non segue un filo logico, ma rappresenta solo la sequenza temporale di occasioni in cui parlare di architettura, prima di farla "parlare", come invece dovrebbe, normalmente, essere.

19 dicembre 2020

En principio era el horizonte


En principio era el horizonte, solo una línea a dividir el cielo de la tierra, un corte, una separación precisa entre el lugar que nos sostiene y lo que queremos de conocer. Entre el cielo y la tierra se pone el espacio donde vivimos, espacio ocupado desde siempre por la naturaleza con la cual nos enfrentamos. La naturaleza une en una tensión patente la firmeza de las raíces profundamente injertadas en el suelo y la aspiración a conquistar el cielo de las ramas. Cercar una porción de suelo, sustraer una pieza de naturaleza, construir un recinto es un gesto primitivo, arcaico desde el cual empieza el sentido del habitar en un lugar. En el recinto, protegidos, todavía no queremos perder la relación con la naturaleza y abrimos un intersticio, una ventana, para mirar el exterior. Cuando agregamos un techo y un piso a los cuatro muros que nos rodean construimos un espacio encerados, estamos al final en un interior. Desde nuestro espacio intimo, nuestro hogar, miramos el jardín encerrado y, mas allá, la naturaleza al exterior y elegimos los equipamientos indispensables para satisfacer nuestras necesidades. Intimo, etimológicamente, es el superlativo de interior y por lo tanto la máxima expresión de un interior es la de llegar a ser tan intimo que nos podemos reconocernos, identificarnos, en el espacio mismo, en los objetos que guardamos. Hoy la tecnología contemporánea nos permite de conectarnos con el mundo, con todo el mundo, pero virtualmente. Estamos viablemente en cualquier lugar aunque estamos físicamente en un lugar preciso. En esto preciso instante, cuando nos parece de haber todo, de ser en cualquier lado, de conocer cualquier cosa, de comunicar con todos, extrañamos lo que es tangible, lo que percibimos con los sentidos, lo que nos evoca memorias, o sea lo que perdimos en el intangible. Nos asalta la nostalgia, y queremos volver atrás, a la naturaleza simple, natural, verdadera. En estos días, encerrados en casa por la pandemia, no podemos elegir de salir de casa, y de toda manera el exterior es vacío, sin vida y por lo tanto todo lo que tenemos que hacer es conectarnos al mundo virtualmente; nos parece de comunicar, de mirar, de conocer gente, pero de verdad nos asalta la nostalgia de un mundo echo por relaciones humanas, directas, por seres que juntos construyen un conjunto, espacios donde vivir, un lugares significantes. 

16 novembre 2020

Colours




Verrebbe da pensare che, in origine, i colori dell’architettura, e dei margini che ne delimitano gli spazi interni, siano essenzialmente quelli propri dei materiali naturali con cui essa è edificata. I colori delle terre, delle pietre, del legno, dei metalli, delle materie cioè scelte per costruire, capaci di resistere alle sollecitazioni, alle intemperie, di durare nel tempo e di restituire una immagine significante dei manufatti realizzati con tali elementi. Colori in armonia con i luoghi in cui l’architettura prende forma, in quanto propri di sostanze da tali luoghi estratte, lavorate e rese disponibili all’uso.

Eppure, gli archetipi in cui si riconoscono i principi dell’abitare e dell’insediarsi nei luoghi scelti come dimora – la grotta primitiva e la capanna primordiale – evidenziano l’attitudine dell’uomo a manipolare l’aspetto originale della materia: dalle pareti di roccia delle caverne trattate con pitture e con complessi disegni, ai tessuti o alle pelli imbevute in tinte naturali prima di avvolgere i fragili spazi delle tende nomadi. Colori diversi da quello naturali delle materie, sovrapposti, in grado di differenziare i luoghi scelti dall’uomo da quelli non ancora utilizzati, di renderli unici e personali secondo un rito di appropriazione e di comunicazione agli altri, non più “vuoti senza senso” ma “spazi abitabili” dotati di significato, coerenti con le scelte di vita.

Il colore quindi, proprietà che come prima viene percepita dallo sguardo, non è mai fortuito e anche se naturale evidenzia sempre una scelta precisa di caratterizzazione degli involucri come degli spazi in essi contenuti, volontà non casuale di far coincidere la formalizzazione del contenuto legato alla funzione con un preciso carattere trasmissibile.

Se il colore non è prescindibile, e tantomeno è innocente in quanto derivante da una volontà di progetto, attraverso di esso, attraverso gli usi e le variazioni, si può leggere la storia del gusto legata all’abitare, le mutazioni dei linguaggi con cui descrivere e definire non tanto l’aspetto materiale dei manufatti costruiti dall’uomo quanto le connotazioni estetiche legate alla percezione e alle sensazioni derivanti da essi. La comprensione del portato psicologico, delle capacità emozionali, dei contenuti legati alla tradizione di ogni colore utilizzato, è teorizzata successivamente, normata e codificata solo dopo che istintivamente l’uomo ne ha fatto uso per raggiungere precisi effetti durante la fruizione fisica degli spazi.

Il colore non si può escludere; non è possibile l’assenza di colore, né il bianco né il nero e tantomeno i materiali trasparenti, capaci di riflessi e toni una volta attraversati dalla luce, possono dirsi privi di colore. Se alcuni stili o mode fanno esplicito ricorso a determinati toni cromatici ritenuti idonei a rappresentare il proprio tempo e cultura, così quelli che si ispirano a sobrietà o minimalismo non li eliminano ma semplicemente operano scelte diverse per ottenere sensazioni differenti.

La permanenza e la durata del colore attraversa la storia dell’abitare, tanto da enfatizzare le ragioni di ogni scelta e dei contenuti ad esso riferiti, da contribuire spesso alla obsolescenza o addirittura alla perdita di valore di uno spazio perché definito da tinte non più affini al gusto o alla moda del tempo. 

Oggi, le tecnologie più avanzate legate alle tecniche digitali o alle luci a led suggeriscono nuove ipotesi di uso del colore, modificabile a scelta, invitano cioè a un uso delle cromie non legato a contenuti definitivi della struttura, e quindi dello spazio, ma portatori di sensazioni e messaggi temporanei, a volte istantanei, e comunque personalizzabili e mutevoli. Le luci che “colorano” interni, monumenti e frammenti del paesaggio, così come gli schermi, i pannelli o le superfici capaci di mutare cromie, toni e luminosità, gli oggetti cangianti con il clima o l’umore, aprono ad una relazione tra contenuto e contenitore non più fissa o permanente quanto piuttosto flessibile, temporanea e personale. Non più vincolati ad un unico aspetto cromatico i volumi e gli spazi vengono pensati per veicolare contenuti e significati variabili, per soddisfare esigenze in evoluzione, per corrispondere a imprevisti cambi di giudizio, per supportare nuove esigenze e proporre inedite possibilità abitative. Il colore slegato dalla materia si confronta con la capacità dell’architettura di aggiornarsi e rinnovarsi, di proporre soluzioni personali e di riflettere sul senso più profondo dell’abitare.

Cold War Kitchen


Una foto del 1959 immortala Richard Nixon e Nikita Khrushev intenti ad osservare una cucina esposta all’
American National Exhibition organizzata a Mosca. L’immagine è insolita, come l’evento non è consueto per quegli anni; si tratta infatti di una iniziativa tesa a mitigare le tensioni della Guerra Fredda, parte di uno scambio culturale tra i due Paesi, che vede i sovietici esporre a New York e gli statunitensi organizzare a Mosca una mostra di prodotti tecnologicamente avanzati, al fine di comunicare l’efficienza e lo sviluppo dell’industria, con particolare riguardo agli scenari che avrebbero caratterizzato, in futuro, gli spazi domestici. Di fronte alla Miracle Kitchen della RCA Whirlpool i due capi di stato finiscono per litigare – tanto che viene coniata l’espressione “
Cold War Kitchen
” – non tanto sulle forme o le tecnologie esposte, quanto sul fatto che la cucina, per quanto proponesse soluzioni ancora ben lunghi dal poter essere effettivamente realizzate, in realtà suggeriva, sulla base dei principi tayloristi di efficienza, produttività e ottimizzazione, un modello di casalinga, e quindi di famiglia, improntato al controllo, quasi di “stampo militare”, di ogni azione del quotidiano. In un’ottica gerarchica delle relazioni private, come di quelle pubbliche, quanto messo in mostra delineava una visione del mondo fatta di compiti e responsabilità, di capacità di controllo e comando, gestito da uomini e donne formati per svolgere i compiti assegnati dall’ordine politico.

Il modello americano della casalinga – ovviamente bianca, della classe media ed eterosessuale come sottolinea Sarah Kember in un suo saggio[1] – assume, nella sua della casa del futuro, con felicità e con soddisfazione, il ruolo di gestione e controllo di utensili e apparati sofisticati e capaci di modificare il suo ruolo in ambito domestico, affermando quindi un nuovo modello di vita – non solo personale ma dell’intera società – in cui il benessere sarebbe giunto grazie alla tecnologia che avrebbe reso sempre più semplice la gestione e lo svolgimento di compiti e di obblighi quotidiani.

Le sperimentazioni e le previsioni più avanzate rispetto agli scenari di vita del futuro, in quegli anni, immaginano forme e materiali nuovi, fino ad allora mai usati in ambito edilizio – House of the Future di Alison e Peter Smithson (1956), General Motors Kitchen of Tomorrow nel film Design for dreaming (1956), Monsanto House of future (1957) – che vedono nell’innovazione tecnologica l’unica possibilità di influire e definire i nuovi stili di vita. 

Se da un lato è oggettivo che nel dopoguerra l’avvento degli elettrodomestici per la casa cambia radicalmente il ruolo della casalinga, affrancandola da lavori pesanti e ripetitivi, dall’altro è pur vero che il miglioramento della condizione lavorativa in ambito familiare non coincide con un effettivo riconoscimento del valore della figura femminile, né di una diversa visione del mondo. La conquista del tempo libero di ogni componente della famiglia, grazie alla semplificazione di lavori domestici, di spostamenti e di comunicazione per mezzo di ingegnosi strumenti innovativi, non innesca quel processo di evoluzione della società in chiave di maggiore libertà, cultura e conoscenza. Il beneficio derivante dalle nuove macchine è indotto e controllato dallo Stato che, nel creare l’aspettativa e indurre il bisogno, ne afferma l’indispensabilità pur limitandone i vantaggi, affinché essi coincidano con la rappresentazione della società che vuole promuovere. La tecnologia infatti non determina o rende possibile automaticamente il futuro, inteso come evoluzione della società e dei principi su cui essa si fonda; essa in realtà definisce visioni possibili che appartengono al presente e che sono gestite da chi la produce e la controlla. 

La cucina, cuore della vita domestica, per rinnovarsi nei contenuti e nei valori, come la storia insegna, non si può quindi affidare esclusivamente alla fascinazione della tecnica e delle sue componenti, quanto piuttosto contribuire ad avviare una riflessione profonda su cosa desideriamo diventare, come individui appartenenti ad un preciso contesto sociale, nel prossimo futuro.


[1] S. Kember , Sexing the smart home, in E. Steierhoffer, J. McGuirk, Home futures, Design Museum Publishing, London 2018, p. 276.

30 marzo 2020

Fare sport


Tra il 1927 e il 1928 Charlotte Perriand realizza per il Repertoire du gout moderne due disegni, due spaccati assonometrici, dal titolo Sale de culture physique e Travail et Sport. Entrambe le proposte suggeriscono uno spazio domestico, ovvero una porzione dello stesso, dedicata allo sport e all’attività fisica. I progetti anticipano alcuni temi della poetica della Perriand e, in particolare, focalizzano un argomento che la stessa riprende nel 1935 con la proposta per la Exposition Universelle de Bruxelles della Maison du Jeune Homme dove mette a confronto uno spazio studio con un ambito dedicato allo sport da svolgersi nel perimetro domestico; schema che evoca la coeva esperienza di Casa Figini al Villaggio dei Giornalisti del 1933/35 dove l’architetto milanese prevede, per la sua abitazione, sulla terrazza di copertura, uno spazio dedicato alla ginnastica, con anelli e fune sospesi ad un telaio di travi e pilastri che coronano il volume della villa. Come dimostra anche l’Unité d’Habitacion di Marsiglia del 1947 di Le Corbusier con il suo percorso ginnico e la palestra sul terrazzo di copertura, il Movimento Moderno, sin dal principio, vede come parte integrante del programma funzionale del progetto residenziale la cura del corpo, il tempo libero e l’attività fisica, al pari delle esigenze primarie individuali e di quelle collettive di relazione, conoscenza e comunicazione.
L’architettura del Moderno si propone di dare forma ai nuovi stili di vita, anzi ritiene di poter promuovere il cambiamento dalle forme dell’abitare del passato a quelle del proprio tempo, di stimolare e realizzare cioè il processo di sviluppo verso una società effettivamente moderna attraverso la realizzazione di nuovi spazi rappresentati da linguaggi inediti capaci di tradurre in forma costruita le aspettative del tempo.
I programmi di vita domestici, come i ruoli sociali e lavorativi in evoluzione, trovano spazio e una propria espressione nelle ricerche e nelle proposte di quel preciso periodo storico che coinvolgono l’architettura come la città, la moda come il design, l’arte come i nuovi strumenti derivati dall’avanzamento tecnologico.
La casa ottocentesca, espressione di precisi ruoli e gerarchie, di rappresentazione di contenuti derivanti dall’organizzazione sociale e politica del tempo, viene messa in discussione proprio a partire da una ridefinizione della struttura della società e quindi delle opportunità di ogni singolo e delle relazioni collettive. Ogni “funzione” viene riletta in chiave di comportamenti, di speranze e di opportunità e anche le azioni del domestico si arricchiscono di opportunità in grado di affermare le qualità individuali ampliando le scelte e quindi le inclinazioni, la libertà di azione e di pensiero di ognuno.
Lo sport, la cura del corpo, lo svago e la ricerca del benessere, al pari dell’arricchimento culturale e delle relazioni sociali, rappresentano nuove possibilità di affermazione delle proprie potenzialità ed ambizioni grazie all’ottenimento di maggior tempo libero dovuto all’avvento di tecnologie capaci di affrancare da lavori ripetitivi e al riconoscimento di opportunità all’interno di una società intrisa di nuovi intenti, aspirazioni e desideri.
Tuttavia lo spazio domestico non riesce ad accogliere appieno le indicazioni di tale rivoluzione culturale e, opponendo una sostanziale resistenza al cambiamento, sviluppa modelli abitativi basati su tipologie rigide quanto povere di contenuti, banalizzando le azioni del quotidiano, riducendole al soddisfacimento elementare di bisogni primari da svolgere in spazi schematici, privi di carattere, disponibili a qualsiasi declinazione d’uso o di interpretazione. Non solo, così come la casa si propone come sommatoria di spazi funzionali determinati e autonomi, compartimenti privi di significative relazioni, analogamente lo spazio urbano, pur arricchendosi di nuove tipologie derivanti dai bisogni sopraggiunti, cresce secondo un modello di giustapposizione di parti indipendenti destinate alle differenti attività dell’uomo. L’istruzione, la cultura, lo spettacolo, il commercio, come lo sport, conformano strutture specifiche adatte allo scopo che si disseminano nella città secondo ragionamenti di opportunità e affinità. La vita dell’uomo pertanto è costretta a svolgersi in luoghi differenti, specifici e dalle prestazioni elevate, ma separati tra loro tanto da rappresentare momenti distinti della vita quotidiana, senza intersezioni o contaminazioni tra l’una e l’altra.
Malgrado alla fine del secolo scorso si sia assistito ad un accentramento di alcune attività in grandi centri polifunzionali, per quanto dettati esclusivamente dalla logica commerciale e del profitto, capaci di proporsi come luoghi attrattivi dove poter esaudire, in un perimetro determinato quanto contenuto, ogni aspettativa, lo spazio domestico ha confermato invece la sua aderenza a modelli di vita e quindi a schemi organizzativi fortemente legati ad una tradizione non più in linea con le abitudini collettive.
La rivoluzione digitale, che negli ultimi anni ha dimostrato di poter concretamente modificare anche i comportamenti più intimi dell’individuo, lascia immaginare che lo spazio della casa possa essere riletto alla luce di comportamenti, non ancora definiti, ma che sono strettamente legati alle potenzialità delle tecnologie digitali, della comunicazione diffusa e della virtualità intesa come dato essenziale del reale.
Non solo, la miniaturizzazione imposta dai nuovi strumenti digitali, la libertà da luoghi fisici specifici e la concentrazione delle principali applicazioni utilizzate in semplici apparati digitali ha liberato lo spazio da ingombri, da presenze specifiche, da collocazioni determinate, dalle caratteristiche del luogo. In tali spazi evanescenti e flessibili, volutamente scevri da caratterizzazioni, liberati dall’ingombro del passato, – luoghi del “senza”, ma di un senza dotato di significato, della “sottrazione” piuttosto che della “assenza” per parafrasare una espressione di Andrés Neuman tratta dal suo romanzo “Frattura”[1] – sarà possibile ridare spazio ai bisogni reali legati alle odierne esigenze dell’uomo. 
Lo sport può tornare ad essere un tema fondamentale da interpretare nello spazio domestico come in quello urbano, al di là dei luoghi ad esso specificamente deputati, riconoscendone un valore, oltre quello fisico, che è di soddisfazione e piacere personale e di condivisione e relazione con chi ha gli stessi interessi.
Al pari dei maestri del Moderno lo spazio domestico della contemporaneità – connesso grazie ai sistemi digitali – può tornare ad esaudire ogni aspettativa del singolo, mai solo perché costantemente in contatto con il mondo, interpretando senza schematismi funzionalisti, sia aspetti necessari che superflui del suo quotidiano, declinando l’utile con l’inutile, assolvendo bisogni del corpo come quelli della sfera emotiva.


[1] A. Neuman, Fractura, Debolsillo, Barcelona 2019, trad. it., Frattura, Einaudi, Milano 2019

Into the game


 I regali di Natale che ho ricevuto sono: un assistente virtuale intelligente, un termostato digitale connesso, anch’esso intelligente (questa è la denominazione del prodotto), una mini cassa acustica bluetooth, non intelligente ma dal suono decisamente incredibile. Insomma rientro tra coloro che hanno ricevuto regali tecnologici, digitali, niente di personale come una sciarpa o un orologio, ma prodotti che appartengono alla famiglia degli strumenti domotici che intendono migliorare l’abitabilità, il benessere e la fruizione dei nostri appartamenti.
Uso questo esempio perchè ritengo che definisca un modo di pensare diffuso, quello cioè che i nuovi modelli di abitare coincidano come le prestazioni degli edifici, che i contemporanei spazi residenziali si possano costruire grazie alla capillare dotazione di apparecchi sempre più sofisticati in grado da renderne più efficiente e comoda la gestione. Non a caso, ognuno di questi apparecchi ricevuti in regalo mi invita a comprare altri strumenti analoghi capaci di sempre più sorprendenti interazioni e quindi artefici di una gestione sempre più efficiente, ecologica e “personale” della casa. 
Eppure confesso che da quando li ho ricevuti – e diligentemente istallati – i miei regali giacciono pressocchè inutilizzati in giro per la casa, occupando inutilmente spazio sugli scaffali delle librerie: l’assistente risponde a tono correttamente solo a domande così banali di cui non se ne percepisce l’effettiva necessità, il termostato, dopo che ha cercato di imporre le sue regole circa la temperatura, l’apertura delle finestre, il ricambio d’aria e le fasce orarie, è stato ridotto ad uno sproporzionato interruttore del tutto analogo a quello antiquato che avevo prima, l’autoparlante è così piccolo che, puntualmente, non lo trovo quando mi serve e alla fine continuo a tenere il volume del vecchio impianto hifi al massimo in modo che si senta in tutta la casa (e non solo). Se dovessi limitarmi alla mia esperienza potrei quindi affermare, senza ombra di dubbio, che la domotica non rappresenta il modo per dare forma ai nuovi modi di vivere lo spazio domestico; infatti, alla luce della rivoluzione digitale che viviamo, la tecnologia non da senso alle nuove esigenze di chi l’ha accolta in pieno e, altresì, non invita o suggerisce un cambiamento o un rinnovamento a coloro che non l’hanno accettata del tutto. 
Come chiarisce Alessandro Baricco nel suo libro The game[1], non ci dobbiamo chiedere come risolvere le conseguenze della rivoluzione digitale ma comprendere le ragioni che hanno permesso, e in fondo voluto, che tale rivoluzione avvenisse. Lo scrittore infatti sposta il problema dal come affrontare le conseguenze sociali, relazionali e comunicative derivanti dalla diffusione, oltre il prevedibile, delle tecnologie digitali, tanto da considerarle invasive, al fatto che tali soluzioni erano desiderate, sperate e che quindi sono state progettate e concepite proprio per modificare il mondo in cui viviamo, alterarne le regole, costruire nuovi scenari e modelli sociali. 
Eppure, se la rete, i social, l’e-commerce hanno modificato le nostre abitudini tanto da cambiare ritmi, regole, riti quotidiani, modi di comunicare e di interagire con gli altri, gli spazi dove tutto questo avviene, i luoghi dove si svolge la vita dei nuovi utenti digitali, sono rimasti pressoché uguali a se stessi, sono diventati la scena, spesso fuori contesto, delle nuove relazioni e interazioni, siano essere virtuali che reali. 
Lo spazio domestico, per quanto arricchito di dotazioni capaci di prestazioni prima inimmaginabili, sebbene connesso a chiunque e ovunque, non ha accolto nessuna riflessione sui comportamenti suggeriti dalle nuove tecnologie, non ha indagato le nuove necessità nè provato a dare forma ai nuovi bisogni, non esplicitamente espressi, ma comunque evidenti; soprattutto non si è posto il problema di rappresentare, comunicare e trasmettere i nuovi “stili di vita” individuando i caratteri espressivi della contemporaneità. 
I linguaggi e le nuove morfologie che caratterizzano l’architettura, come gli oggetti e le suppellettili, come l’aspetto degli interni, producono innovazioni formali perchè autonomamente portatrici di un valore espressivo, eppure scisse dai contenuti dei principi che sostanziano l’abitare.
A supporto di tali affermazioni, e per maggiore chiarezza, aggiungo una ulteriore esperienza personale sempre legata alle festività appena terminate: avendo viaggiato in Marocco ho avuto la possibilità, in diverse città, di conoscere e apprezzare la casa tradizionale di questo Paese, dimore sia ricche che molto umili basate sullo stesso principio – stanze e ambiti funzionali gerarchicamente organizzati intorno ad un vuoto centrale, spesso su più livelli –, abitazioni oggi destinate soprattutto ad accogliere i turisti che intendono soggiornare nelle parti antiche – nelle medine – di tali contesti urbani. Ebbene, tali case esprimono ancora oggi, con estrema chiarezza, una cultura dell’abitare che è coerente con le abitudini, i riti domestici, la cultura, i ruoli dei generi, la religione, per non dire del clima, dei materiali e della tradizione artistica e decorativa; cultura dell’abitare che è però cambiata nelle esigenze contemporanee. Per quanto i riad a disposizione dei turisti vengano adeguati all’uso temporaneo attraverso l’aggiunta di servizi igienici derivati dalla cultura europea e dotati di impianti di climatizzazione, è evidente che essi vengono utilizzati per evocare un’atmosfera che soddisfi l’immaginario del turista; tali dimore non corrispondono più nè alle esigenze tecniche nè a quelle sociali della popolazione locale che, attenta ai valori della tradizione, è comunque inserita nella cultura globale digitale. Le nuove abitazioni che il mercato offre, con riferimento particolare a quelle rivolte ad una fascia acquisitiva medio/bassa, propongono tipologie edilizie correnti, del tutto simili a quelle europee, che niente hanno a che fare con le tradizioni abitative locali e, al contempo, ancora non riescono ad assecondare i modelli di vita suggeriti dai nuovi comportamenti. Tale situazione, evidente quanto stridente in tali Paesi, è comunque un problema internazionale, investe il nord come il sud del mondo, l’oriente come l’occidente; è una condizione in cui i modelli abitativi si ripetono sempre più schematicamente e banalmente, riducendo l’aderenza alle aspettative della società, rinunciando a dare forma alla cultura del tempo, offrendosi come mezzi per soddisfare bisogni primari, dove l’aderenza agli stili di vita in evoluzione è demandata a meccanismi in grado di gestire e assecondare le abitudini odierne. 
La casa oggi viene vista come uno strumento inespressivo, forse uno dei più antiquati, bisognoso di un upgrade prestazionale, in cui svolgere attività imprescindibili, e di cui si farebbe volentieri a meno: dormire, cibarsi, lavarsi, lavorare, insomma vivere.



[1] A. Baricco, The game, Einaudi, Milano 2018