cos'è architettura & co.

architettura & co. è stato pensato da paolo giardiello per mettere a disposizione di tutti, in particolare dei suoi studenti, i propri scritti, ricerche e riflessioni sull'architettura. il blog contiene testi pubblicati, versioni integrali di saggi poi ridotti per motivi editoriali, scritti inediti o anche solo riflessioni e spunti di ricerche. per questo non ha un ordine determinato, non segue un filo logico, ma rappresenta solo la sequenza temporale di occasioni in cui parlare di architettura, prima di farla "parlare", come invece dovrebbe, normalmente, essere.

24 novembre 2011

Lo spazio “difficile”


Il luogo di vita per eccellenza dell’uomo è la casa. Spazio progettato o anche solo individuato e scelto, tra altri, nella natura, riparo primordiale e baricentro dell’ambiente conosciuto e controllato, rifugio in cui si sente protetto, nel quale e dal quale riesce a raccogliere e intuire la complessità del mondo che lo circonda. La casa è conformata a misura dei suoi movimenti, proporzionata intorno ai suoi bisogni e ha preso la forma dei suoi desideri, conserva strumenti, oggetti d’uso e ornamentali, accoglie lo stratificarsi del tempo e diviene prezioso contenitore di memorie, semplice e essenziale scena, nella sua consistenza più compiuta, della vita di ogni giorno.
Quando l’uomo comincia a costruire apparati e meccanismi con i quali muoversi più velocemente – carrozze e automobili, vascelli e navi da crociera, mongolfiere, dirigibili e aerei – nel conformare gli spazi a lui destinati, relativamente e proporzionalmente al tempo di permanenza, preleva solitamente soluzioni e impostazioni dai luoghi domestici, da quegli spazi della casa che evocavano in chi la abita sensazioni di accoglienza e confort, protezione e comodità, che reputa indispensabile infondere nei nuovi ambiti che ha ideato. I vagoni ferroviari, al pari dei saloni delle barche, riproducono in prima istanza, non senza i dovuti adattamenti, situazioni direttamente tratte dagli ambienti della sua residenza. Finanche i materiali impiegati per la costruzione e le terminazioni degli spazi interni, delle cabine e dei vagoni, a volte sono quelli propri dello spazio domestico – stoffe, legni, marmi, specchi - a differenza delle forme, delle tecnologie e tecniche adottate per la realizzazione dei mezzi di trasporto – ferro, acciaio… -.
Agli esordi del moderno però si osserva un’inversione di tendenza. Gli aerei, le navi, i treni e le automobili cominciano a sviluppare un linguaggio proprio, ad assecondare un immaginario e un’aspettativa specifica legata al mito del nomadismo, del viaggio e della velocità a cui le avanguardie artistiche e letterarie contribuiscono a definirne i lineamenti. Gli interni di tali mezzi cioè si riscattano dalla dipendenza propria dell’immagine statica e tranquillizzante della casa e danno vita a nuove soluzioni adatte alle specifiche modalità di uso dello spazio interno, limitato nel tempo e nella dimensione, flessibile e compatto, rinnovato nei materiali e nelle funzioni. Gli interni di tali mezzi e veicoli divengono estranei a comportamenti e a ritualità tradizionali e, tendendo a una diretta corrispondenza tra forma e funzione, tra immagine e contenuto, propongono in definitiva nuovi stili di vita.
Ed è in questi anni che gli architetti, consci dello scollamento tra forma dello spazio di vita e nuove modalità di relazioni tra gli uomini, tra l’immagine stilistica degli interni e le nuove forme proprie dell’immaginario collettivo rinnovato, auspicano un rinnovamento anche del progetto della casa adeguandolo a quello suggerito dai nuovi mezzi e luoghi a disposizione dell’uomo, invitano cioè a pensare alla casa, non più come a obsoleti sistemi funzionali inamovibili, bensì come a una “macchina da abitare”, a uno strumento da usare e trasformare giorno dopo giorno. E’ Le Corbusier a parlare della casa come di una macchina da abitare con gioia in occasione della presentazione del Pavillion de l’Esprit Nouveau all’Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes del 1925 con la quale propone un esempio di casa modulare pensata come cellula di un organismo complesso capace di dialogare con la città e la natura, casa a sua volta fondata su un sistema arredativo del tutto innovativo e rivoluzionario nei confronti dello spazio interno: i Casiers Standard.
Concepire la casa come un articolato meccanismo da abitare significa pertanto “cucire” spazi e strutture direttamente intorno all’uomo, allestire un vero e proprio abito “su misura” comodo e funzionale, superando tradizionali assetti formali ormai non più corrispondenti ai ritmi e alle aspirazioni dei nuovi tempi. Gli oggetti, le suppellettili, gli apparati decorativi abbandonano la loro classica carica simbolica e il consueto aspetto morfologico, propri di significati perduti, e si misurano finalmente con i sensi del contemporaneo, cercando di proporre l’immagine stessa del futuro. Immediatamente successiva al Pavillion de l?Esprit Nouveau è la Maison de Verre di Pierre Chareau vera e propria icona di un nuovo modo di coniugare i meccanismi e le potenzialità della tecnica industriale con le sofisticate potenzialità di un sapiente artigianato del mobile. Ma i riferimenti in tal senso non possono non giungere fino agli anni ’60, ed in particolare alle soluzioni proposte da Joe Colombo in Italia che rappresentano non solo un nuovo stile e un rinnovato gusto verso gli arredi e lo spazio interno, ma sono finalmente l’interpretazione di un’inedita concezione di vita, forse più auspicata che reale, tanto che ancora oggi forse non si è verificata compiutamente.
In questo scambio reciproco, prima in una direzione poi nell’altra, tra i luoghi dell’abitare più stabile e quelli di un abitare più temporaneo, di un abitare cioè atopico e solitamente legato al viaggio e al movimento, con l’approfondimento delle singole specificità delle tipologie di mezzi di trasporto, alcuni si affrancano totalmente da similitudini e affinità con la cultura del domestico mentre altri invece perfezionano relazioni e connessioni proprie di un diverso modo di abitare, definibile “difficile”, di spazi minimi quanto atipici ma pur sempre connotati da un certo grado di domesticità e confort.
Parametri che entrano in gioco in questa separazione sono soprattutto quello temporale e quello dimensionale. La durata della permanenza nel veicolo e la dimensione dello stesso portano naturalmente automobili, treni e aereoplani verso un’abitabilità ridotta e a un grado limitato ed essenziale di socializzazione e relazione tra gli occupanti lo spazio, mentre navi e natanti, roulotte e camper, tornano, visti anche i cambiamenti in atto nello spazio domestico contemporaneo, a confrontarsi da vicino con le soluzioni proposte dall’architettura.
Spesso imbarcazioni e roulotte guardano alla casa per proporsi come spazi più accoglienti, a partire dai principi insediativi maggiormente stabili e definitivi così come, analogamente, piccole abitazioni, residence, camere d’albergo o case per vacanza guardano alla flessibilità e alla compattezza di alcune soluzioni di yacht e camper come un possibile riferimento per risolvere, con efficacia e in poco spazio, tutte le essenziali necessità del vivere quotidiano.
Se in linea di principio queste ricerche parallele sono auspicabili, nella sostanza è da evitare il travaso banale di soluzioni che, una volta deprivate del loro contenuto, appaiono fuori luogo nel contesto in cui vengono trasportate. Troppo spesso la ricerca del lusso o, all’opposto, dell’essenziale, finisce per trasformare le navi da crociera in vecchi grand hotel dall’aria decadente sommersi da orpelli inutili, ovvero lo spazio di mini-appartamenti in una asettica dispensa di un transatlantico.
Entrando nello specifico delle imbarcazioni da diporto, va detto che una certa separazione a volte percepibile tra interno e esterno, cioè tra le scelte proprie dello scafo e il disegno delle cabine, è attribuibile ad un’inerzia, per così dire, dell’innovazione tecnologica e dell’avvento di nuovi materiali che si limitano alle parti ritenute più di loro competenza e, abbandonando qualsivoglia coerenza tipologica e strutturale tra lo scafo e le sue finiture interne, rinunciano, in definitiva, a rileggere le soluzioni dell’interno, proprie della tradizione, in chiave contemporanea. I nuovi materiali, le plastiche, i materiali composti, le fibre artificiali, nel trovare una immediata ragion d’essere nelle parti esterne o più propriamente strutturali, non sempre riescono a trovare una idonea declinazione nella conformazione degli spazi destinati alla definizione di un ambiente atto ad accogliere l’uomo. Sembra quasi che l’interno per essere più tranquillizzante, o genericamente riconoscibile come tale, debba rinunciare a qualsiasi rinnovamento formale e ridursi a riproporre soluzioni proprie di un patrimonio concepito per altri luoghi, per altre situazioni o per altri materiali. Tale fusione, o più semplicemente coerenza e contiguità tra scelte tecniche e formali, appare invece in parte riuscita nel caso delle altre tipologie di mezzi di trasporto, come auto e aerei, dove la sperimentazione di linguaggi derivanti dall’uso di nuovi materiali e tecnologie dà vita a forme e modalità d’uso finalmente rinnovate. Oggi anche le auto di maggiore lusso rinunciano all’inserimento di parti in radica o in pelle e propongono, come sinonimo di qualità, tessuti sintetici ad alte prestazioni, materiali come l’alluminio, il plexiglass, le fibre di vetro e di carbonio, le plastiche di ultima generazione. Quello che è mancato nella definizione dei luoghi da abitare minimi propri dei mezzi di trasporto è stato il contributo di una progettazione dell’interno intesa come momento di definizione e conformazione degli ambienti dove l’uomo vive. Il progetto dell’interno e il disegno dei sistemi arredativi non sono infatti un problema di forma degli oggetti, ma rappresentano prima di tutto l’opportunità di rendere idoneo a l’uomo il suo habitat.
Nel caso di imbarcazioni da diporto infatti non si è difronte solo a un “mezzo di trasporto”, lo yacht non è solo un apparato per muoversi sul mare ma è soprattutto una “casa viaggiante” sull’acqua, dove l’essere casa significa riuscire ad adattare le necessità di confort, riparo e accoglienza in un mezzo capace di muoversi e, per giunta, su una natura liquida del tutto differente da quella che normalmente l’uomo è capace di calcare con le sole proprie forze.
E’ per questo che oggi una istanza diffusa del consumo e il mercato cominciano ad auspicare una concreta e idonea trasformazione tesa ad adeguare gli interni delle imbarcazioni a necessità più sofisticate. In un mondo dove domina la comunicazione e dove la cultura dell’immagine è utilizzata tanto dai media quanto dall’arte, quanto dallo spettacolo, non è possibile più assistere alla trasposizione di forme senza precisi contenuti dalla casa verso le barche rischiando di ottenere esiti del tutto oleografici. Esiste l’esigenza di realizzare uno stile di vita in tali spazi, rinnovate qualità estetiche e capacità espressive che indichino chiaramente il loro carattere, l’essere cioè luoghi ridotti e minimi da abitare, ma con grandi qualità e soprattutto integrati con l’esperienza della natura, del mare, della velocità, del viaggiare, del conoscere. Al di là di ogni slogan retorico, uno yacth è davvero una macchina da abitare in tutti i sensi di tale espressione e, compito di chi li progetta, è quello di offrire, di pari passo con l’estrema e sofisticata innovazione tecnica e ingegneristica, anche un “modo di vivere” il viaggio, di essere sul mare, di controllo della tecnica e di uso dello spazio quale espressione e contenuto stesso delle scelte operate dall’uomo.
(pg_2006)