cos'è architettura & co.

architettura & co. è stato pensato da paolo giardiello per mettere a disposizione di tutti, in particolare dei suoi studenti, i propri scritti, ricerche e riflessioni sull'architettura. il blog contiene testi pubblicati, versioni integrali di saggi poi ridotti per motivi editoriali, scritti inediti o anche solo riflessioni e spunti di ricerche. per questo non ha un ordine determinato, non segue un filo logico, ma rappresenta solo la sequenza temporale di occasioni in cui parlare di architettura, prima di farla "parlare", come invece dovrebbe, normalmente, essere.

11 aprile 2012

Modificazioni funzionali




Esistono fenomeni, cose o situazioni che si diffondono e si evolvono ben oltre le aspettative e le previsioni per cui sono nati o progettati. Tali eventi spesso hanno inizio senza che gli venga dato un nome preciso e, in alcuni casi, man mano che trovano una loro precisazione, e quindi sono riconosciuti ed identificati con un'espressione determinata, si modificano e si sviluppano ulteriormente in modo da non corrispondere più alla primitiva definizione. L'architettura realizza strutture strettamente legate a specifiche funzioni – fabbrica, edificio per uffici, ospedale – ovvero luoghi conformati per accogliere nuovi mezzi di trasporto - aeroporti, autorimesse – o per permettere l'utilizzo di nuove invenzioni destinate all'uomo – cinema, sale per concerti, mediateche – per i quali lo sviluppo morfologico e tipologico dipende strettamente dalla modificazione e dall'aggiornamento degli strumenti o dei mezzi che “contengono” o a cui sono destinati. L'evoluzione di un luogo fortemente caratterizzato dalla sua funzione e dalle tecnologie che la supportano è quindi organica e va necessariamente di pari passo con le mutate necessità strutturali le quali, a loro volta, coincidono con i bisogni e le aspettative degli utenti sempre più informati ed esigenti. In altri casi, invece, le modalità di intendere e recepire alcuni tipi di destinazioni d'uso vanno a modificarne lentamente lo stesso significato e quindi il conseguente modo di usufruirne, così che le successive variazioni morfologiche e linguistiche non scaturiscono solo dalle necessità insite nello sviluppo naturale del processo funzionale, bensì dalla lettura e dall'interpretazione che la società fa di quel luogo di relazioni e di appagamento di bisogni. Nella nostra contemporaneità non esistono più “funzioni” forti, esplicite, identificabili. Non riscontriamo più cioè luoghi destinati allo svolgimento di azioni o al soddisfacimento di bisogni così diretti o univoci. Forse non esistono più neanche bisogni primari o essenziali e tutto diventa interazione, contaminazione, compresenza. Principi non negativi, anzi coerenti e del tutto in linea con le aspettative della società che richiede sempre più velocità, semplicità, polifunzionalità degli oggetti come dei luoghi, delle prestazioni come delle emozioni. Per cui la risposta multipla e simultanea a diverse esigenze dell'uomo, corrisponde oggi a luoghi non facilmente identificabili con un unico significato, di cui, in definitiva, è difficile delineare un solo stile; edifici dal carattere meno forte, ma certamente più complesso e sfaccettato, che richiedono quindi espressività cangianti e complesse. Luoghi che comunque prendono le distanze dalla definizione stessa di spazio architettonico inteso in senso tradizionale, arricchendosi di stimoli e suggestioni non provenienti dal mondo dei rapporti consolidati, delle relazioni codificate, ma che assumono caratteri e proiezioni derivanti dalle nuove dinamiche di relazioni sociali che, a dispetto della critica, determinano il successo e il gradimento di luoghi in continua e incessante mutazione ed evoluzione.
Per chi progetta cercare la corrispondenza diretta tra forma e contenuto, tra significato e significante, diventa così impossibile, in quanto ogni affermazione definitiva appare interrompere il flusso delle mutazioni e delle sovrapposizioni di sensi, e quindi risultare immediatamente obsoleta.
Acquisire invece come dato progettuale l'instabilità ed il cambiamento significa trovare il giusto abito per rendere agevole lo svolgimento delle funzioni richieste e comunicare la complessità e la mutevolezza del proprio tempo.
Quanto detto è applicabile al caso contemporaneo di quei luoghi polifunzionali che non hanno una funzione univoca ma che svolgono un ruolo determinante nella vita di ogni giorno: luoghi del commercio sempre più connessi ad altre funzioni legate allo svago o alla cultura, luoghi della mobilità compromessi con centri commerciali, luoghi della cultura e della conservazione dei beni artistici annessi a spazi per il commercio o per la ristorazione, luoghi per il divertimento a cui si aggregano spazi per la cultura, per il sociale, per la famiglia. Luoghi insomma che non nascondono il loro fine commerciale o culturale o di infrastruttura per cui nascono – e che rappresenta anche il motore economico che li fa funzionare – ma che reputano necessario attrarre pubblico gratificando un'aspettativa di commistione e compresenza di bisogni e di necessità che vogliono essere soddisfatti nel medesimo istante e nello stesso luogo. A tali spazi del quotidiano non è più applicabile il tradizionale concetto di luogo, e neanche quello di nonluogo, e si deve ricorrere ad una visione pluridisciplinare per giustificarne l'esistenza e la ragione che, in definitiva, ne determina il gradimento, e la costante richiesta, da parte della società.

(tratto da: P. Giardiello, iSpace, oltre i nonluoghi, Siracusa 2011)

15 marzo 2012

Vedere il dettaglio invisibile



Chi ha cominciato a lavorare professionalmente negli anni '80 si ricorderà di quanto, alcuni comuni componenti per l'edilizia, fossero inadeguati alle aspettative dei progettisti che dovevano ricorrere a sperimentazioni artigianali per risolvere taluni nodi, dal valore non solo tecnico bensì linguistico ed estetico, fondamentali nella definizione del senso dell'interno architettonico.
E' negli anni '90 che il mercato comincia a proporre su larga scala soluzioni innovative per problemi ordinari, come ad esempio sistemi per porte scorrevoli a scomparsa, dotate di una cassa metallica in continuità con le pareti, oppure porte “invisibili” dal telaio in alluminio molto sottile; costruendo così una reale alternativa all'uso banale di controtelai, telai, coprifilo, binari e cassonetti.
La porta, nella ricerca di un linguaggio dell'architettura, col suo dettaglio tecnico della cornice, e quindi di un componente nato per celare la congiunzione di tre materiali distinti - muro, controtelaio e telaio – rappresenta una tradizionale modalità del fare basata sul dissimulare, con un elemento estraneo, il punto di attacco più difficile.
Storicamente infatti, la soluzione per mettere in relazione due parti dai comportamenti diversi, è quella di cancellare il punto dolente e di proporre alla vista un nuovo componente - la mostra per la porta, il battiscopa per il pavimento, il gessolino per il soffitto, il salvaspigolo per un angolo di un mobile o di un rivestimento - il cui disegno, evidente e spesso ricco, lo assolve dall'essere un pezzo aggiunto per mettere in ombra un attacco di complessa risoluzione. Nodo tecnologico di incontro non solo tra materiali diversi ma anche tra professionalità distinte, tra artigiani da coordinare e far collaborare in cantiere.
Tutto questo finalmente sparisce nella contemporaneità con elementi sempre più innovativi che, nel nome dell'essenzialità della forma, rendono, in maniera sofisticata, “non visibile” tale punto di contatto tra parti mobili e fisse, tra materiali e funzioni differenti.
La ricerca architettonica, tuttavia, difronte a tale problema - come detto sia tecnico che di linguaggio espressivo - ha provato a rispondere non solo con soluzioni atte a non evidenziare tali punti di frizione, ma anche con modalità tese a mostrare tutte le parti partecipanti al processo costruttivo cercando, nella giustapposizione dei diversi elementi, una chiarezza espressiva, onesta e palese, tale da divenire, essa stessa, forma del dettaglio.
Rimanendo nell'ambito del problema dell'attacco tra la porta e la parete, c'è chi, nel nome della tettonica, della costruzione capace di divenire forma espressiva, ha lasciato in vista tutte le parti in gioco, palesandole, e rendendo la stratificazione un motivo decorativo.
Mi riferisco a quella tradizione del moderno dove, la ricerca di un linguaggio scaturente dall'onestà dei processi costruttivi, ha sperimentato nel tempo soluzioni del tutto innovative. Esemplare è in tal senso la scuola scandinava dove - dalla generazione di Asplund, Lewerentz, Aalto, passando a quella di Fehn, Utzon, Pietilä, fino ai contemporanei Hølmebakk, Hille, Jensen & Skodvin - l'onestà tettonica e l'essenzialità dei materiali naturali usati come struttura e non come rivestimento, hanno definito un modo di pensare ed intendere l'architettura più che un semplice metodo operativo.
Proprio gli infissi, sia interni che esterni, sono lo specchio più evidente di tale ragionamento sulla costruzione. Gli elementi “a perdere”, quelli cioè destinati a non essere lasciati a vista, vengono eliminati, quelli a contatto con l'uomo invece vengono esaltati, ed i distacchi tra sistemi diversi vengono enfatizzati e sottolineati. La porta che troviamo in Lewerentz come in Fehn e come ancora in Hille, nasce dalla giustapposizione di un telaio in legno avente lo stesso spessore della muratura in mattoni o in cemento e di un filo di neoprene o di silicone nero a creare un giunto elastico, nel punto più delicato, tra materiali che si comportano diversamente. Ancora più estreme sono le finestre (fisse) dove il solo vetro, sorretto da pinze metalliche, è sovrapposto alla muratura senza telaio alcuno e distanziato da un sottile strato di neoprene.
Tali dettagli diventano il manifesto di un intento culturale. Quello della riduzione e della semplificazione dei passaggi strutturali, quello dell'uso dell'indispensabile e della chiarezza costruttiva che diventa onestà espressiva.
Pertanto, a fronte del mercato dell'edilizia che offre soluzioni sempre più sofisticate e di qualità, è responsabilità del progettista scegliere le tecnologie adeguate a corroborare l'idea di architettura che intende proporre. La scelta del “non vedere” equivale a quella del “mostrare” purché ogni parte della costruzione sia coerente all'intento che si desidera comunicare. La tecnologia, in definitiva, rappresenta il mezzo e non il fine della narrazione architettonica.