cos'è architettura & co.

architettura & co. è stato pensato da paolo giardiello per mettere a disposizione di tutti, in particolare dei suoi studenti, i propri scritti, ricerche e riflessioni sull'architettura. il blog contiene testi pubblicati, versioni integrali di saggi poi ridotti per motivi editoriali, scritti inediti o anche solo riflessioni e spunti di ricerche. per questo non ha un ordine determinato, non segue un filo logico, ma rappresenta solo la sequenza temporale di occasioni in cui parlare di architettura, prima di farla "parlare", come invece dovrebbe, normalmente, essere.

04 marzo 2016

presenze e assenze nello spazio domestico



Si potrebbe costruire una storia dell'abitare, dei cambiamenti degli stili di vita e delle forme delle relazioni familiari, attraverso il racconto dell'evoluzione di quei luoghi della casa indispensabili allo svolgimento della attività quotidiane; cioè con il gusto e le mode che hanno definito ed influenzato i bagni e le cucine, da quando questi sono apparsi come ambienti tecnici imprescindibili tra le mura domestiche. Una linea ininterrotta, ma estremamente variegata, di evoluzione ed adeguamenti tecnici, di scoperte ed innovazioni, di riti e miti casalinghi che, da un lato, va dal focolare - sinonimo degli stessi principi che infondono l'abitare privato - fino alle moderne cucine che, come obbedienti maggiordomi, pur senza fattezze umane, comandate a distanza o addirittura in totale autonomia, assolvono al bisogno primario della preparazione dei cibi necessari all'uomo; e che, dall'altro lato, procede da luoghi impudici dove assolvere a taluni bisogni fisici primari - all'origine del tutto esterni alla casa proprio per sottolineare la distanza dai più civili luoghi pubblici e di relazione - fino ai contemporanei e sofisticati ambiti per l'igiene e il benessere, il relax e la cura della propria forma fisica ed estetica.
La storia degli interni domestici degli anni dal secondo dopoguerra ad oggi, se letta attraverso i cambiamenti che hanno subìto tali spazi, racconta delle metamorfosi politiche e sociali, dell'evoluzione del ruolo della donna nell'ambito della famiglia, della figura del padre-capofamiglia, dell'autodeterminazione dei figli in formazione, delle forme di rappresentazione dello status economico e delle relazioni interne ed esterne ai nuclei parentali. Non solo, tali luoghi, per quanto tra i più vicini alla forma dell'uomo, ai suoi gesti, influenzati quindi da dettami ergonomici e dimensionali, sono quelli dove ha avuto più spazio l'evoluzione tecnologica, lo sviluppo della tecnica applicata alla vita quotidiana, dove per prima si è affermata la domotica, dove l'apparizione di semplici strumenti e utensili ha modificato abitudini e capacità, dove le mutazioni della forma degli oggetti e degli spazi hanno saputo rappresentare nuove strutture sociali, sistemi di legami, affermazioni di principi e di idee sull'uomo.
Bagni e cucine sono, dagli anni '50 in poi, la dotazione impiantistica e tecnica indispensabile per affermare il livello di benessere e l'esigenza di salubrità necessari per procedere verso uno sviluppo sociale, per introdurre norme comportamentali ed igieniche e per materializzare un'idea di progresso capace di riscattare gli anni bui delle guerre, di cancellare le differenze economiche, oltre che la naturale distanza tra la città e la campagna, tra il centro e la periferia, distanza mitica e culturale più che fisica e geografica.
Già negli anni '60, e poi nei '70, sulla scia di modelli comportamentali importati, a volte anche solo immaginati o conosciuti solo attraverso pubblicità, film, telefilm e riviste patinate, le cucine in particolare, ma anche i luoghi demandati all'igiene personale, assumono una forma idonea a assecondare legami e relazioni in evoluzione, ruoli e gerarchie in fase di cambiamento. Se la cucina del dopoguerra in Italia è quella del film “Un americano a Roma” di Steno dove Alberto Sordi intavola il famoso dialogo con il suo piatto di “maccheroni”, quella degli anni successivi, aperta sul soggiorno-tinello, talvolta con il banco per la colazione a dividere l'angolo cottura dalla zona di consumazione dei pasti, vuole imitare, in ritardo rispetto ai modelli originali, quelle in cui si svolgono le vicende familiari della famiglia Bradford (protagonista del telefilm omonimo) o dei Cunningham (nella celebre serie televisiva Happy Days) che diviene un esempio a cui una società, che intende rompere i ruoli e i ritmi scanditi dalle abitudini imposte da tipologie sociali consolidate, guarda con attenzione per materializzare le proprie aspirazioni.
L'apertura e la messa in relazione di alcuni ambienti della casa, l'annullamento di luoghi propri di tradizioni considerate ormai passate, il diverso proporzionamento degli stessi, divengono l'immagine fisica della rivoluzione di costumi, del portato culturale di ideologie e di innovativi fenomeni artistici e letterari.
Parallelamente l'affermarsi di modelli derivati dalla cultura nord-americana e nord-europea portano, per quanto concerne il bagno, ad una sempre più precisa distinzione tra lo spazio dedicato e gli utenti dello stesso. Non esiste più solo un bagno per ogni esigenza, ma vengono definiti il bagno di rappresentanza per gli ospiti, quello di servizio per i domestici o per le funzioni di lavanderia, quello per i figli, spesso posto tra le rispettive camere da letto, ed infine quello dei genitori che diviene ad uso esclusivo e, quindi, privato con accesso direttamente dalla camera matrimoniale. Il gusto, lo stile, le finiture e le stesse dotazioni variano così sulla base di considerazioni che tendono ad adeguare l'ambiente alle aspettative della tipologia di utente, al suo modo di vivere il concetto di intimità e di benessere, di accoglienza o di raccoglimento.
Da ciò, è evidente che la rivoluzionaria “mini-cucina” spostabile di Joe Colombo del 1963 rappresenta la chiara volontà di distinguere il lato tecnico-pratico di alcune azioni che si svolgono nello spazio domestico dai luoghi dove tali azioni si devono sviluppare. I progetti di blocchi funzionali di Colombo, come quelli successivi di Sottsass del 1972, intendono infrangere la stretta correlazione tra l'ambiente dove cucinare e gli arredi, le strutture e gli impianti indispensabili a tale operazione. I “macroggetti”, proposti con forza in quegli anni, vogliono promuovere l'idea che non è necessaria una “stanza” dove cucinare, ma che lo sono solo gli strumenti per farlo, i quali possono essere collocati, a seconda delle abitudini, della cultura e delle tradizioni, in luoghi diversi della casa, tenendo conto delle occasioni, della quantità di spazio, del numero di componenti familiari. Tale impostazione progressista, corrispondente ad un auspicato cambio di stile di vita diffuso, in linea con principi tendenti a rinnovare una tradizione percepita come troppo ingombrante e comunque tendente a rallentare l'evoluzione del gusto, delle mode, delle relazioni tra gli individui, non trova un immediato riscontro, pur se comunque innesca un processo capace di porre in discussione l'idea di spazio-monofunzionale, soprattutto di coincidenza tra luoghi specifici dell'ambiente domestico e sistemi arredativi consolidati e determinati.
Sono proprio gli arredi, intesi nelle loro composizioni stabilite dalla tradizione, che entrano in crisi e che, più che allestire luoghi dove svolgere riti sempre uguali a sé stessi, cominciano a proporsi essi stessi come suggeritori di azioni e di funzioni da svolgere, cioè come attrattori in grado di ispirare l'uso e di risolvere bisogni e necessità. Il “macroggetto” infatti non è solo un oggetto plurifunzionale, di una scala maggiore rispetto ad un semplice pezzo di arredo, ma è altresì un elemento capace di costruire, definire e determinare il significato dello spazio al suo intorno.
A partire da tali considerazioni, dalla crisi del mobile di arredamento e dall'avvento prepotente dei pezzi iconici di design, anche i luoghi della casa a carattere più prettamente tecnologico cominciano a perdere di unità, scardinando l'idea di sistema omogeneo e inseparabile, e si propongono come elementi autonomi, spesso separati, dal forte carattere espressivo, invadendo ambienti diversi al fine di suggerire modalità comportamentali e opportunità relazionali altrimenti impensabili.
La cucina propone i suoi elettrodomestici principali a vista, in vari luoghi della casa, come poli attrattori capaci di invitare alla convivialità, ad un piacere condiviso di ciò che altrimenti è solo un impegno imprescindibile della vita familiare; così il bagno separa le componenti tradizionali distinguendo riservatezza e socialità di alcune azioni legate al benessere, alla cura della propria immagine, alla ricerca di un tempo da dedicare ad un riposo fisico che diviene meditativo e riflessivo. Il bagno e la cucina si scompongono, perdono l'idea di strumenti tecnologici inespressivi ed esaltano la funzione di ogni singola parte che viene proposta come protagonista di ambiti spaziali, capace di caratterizzare luoghi e di ispirare azioni che prima non venivano considerate essenziali alla costruzione del proprio quotidiano, ma solo assolte in quanto “bisogni primari”.
Indicazioni che in realtà erano già state chiaramente esposte da Le Corbusier con la disposizione del bagno padronale di Ville Savoye (1928/31) ma che necessitano di quasi quaranta anni per trovare un'accoglienza effettiva nell'idea condivisa e diffusa di spazio domestico.
L'architettura, rileggendo il valore di ogni comportamento e le percezioni derivate dalla sua fruizione, rende palesi i contenuti dello spazio, i significati e non solo i valori pratici e funzionali e, da questa coincidenza tra sensi ed espressione, raggiunge, in alcuni illuminati esempi, una perfetta aderenza alle regole di svolgimento della vita richieste dalla società.
Gli anni '80 e l'inizio dei '90 sono, in architettura, gli anni del post-moderno, movimento che, negli interni, porta ad un ritorno - più che a stili che comunque vengono riletti e reinterpretati - a organizzazioni spaziali, ad impianti tipologici, che guardano alla tradizione, ad un'idea di cucina come centro delle relazioni più strette, espressione e forma di uno stile di vita globale che vorrebbe invece mostrare radici locali; insomma a quel modello perfettamente rappresentato dalle varie campagne pubblicitarie del Mulino Bianco che dal 1982 fino al 1997 fanno corrispondere alla “famiglia felice” un'immagine spaziale legata a valori di strutture sociali consolidate, ad ambienti ampi, spaziosi dove riunirsi e trascorre insieme i ritmi della giornata, contemporanei pur se con chiari riferimenti a modalità d'uso appartenenti al passato.
A fronte di tale condizionamento, che trova riscontro nell'effetto pratico di un ritorno a cucine e bagni di impostazione tradizionali, declinati in ambienti sempre più ampi, tra la fine degli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio, si assiste anche al progressivo ritorno a spazi domestici sempre più ridotti, ad ambienti domestici essenziali e spesso anche transitori. La cultura del nomadismo e i nuovi modelli sociali (single, famiglie separate, lavoro non stabile) riportano la ricerca architettonica verso una miniaturizzazione degli spazi che impone, naturalmente, una nuova riflessione sui luoghi a carattere prettamente funzionale.
Una generale semplificazione e contenimento delle superfici abitabili introduce il ricorso necessario ad una flessibilità totale degli ambienti, ad una essenzialità delle dotazioni e quindi anche ad una rarefazione di alcune componenti, con conseguente annullamento degli spazi corrispondenti. L'abitare al minimo fa sì che cucine e bagni vengano ripensati alla luce di un'armonica gestione di spazi, un tempo considerati angusti, e trovano posto in anfratti, nicchie, armadi e recessi che però, una volta aperti e messi in relazione con il resto della casa, assumono l'opportuna dimensione per svolgere le funzioni deputate. Pannelli scorrevoli, porte a scomparsa, letti ribaltabili e divani movibili permetto l'apparizione improvvisa di piani cottura o di lavabi, di elettrodomestici, di pezzi igienici o di docce. Soprattuto lo spazio non è più bloccato, non esistono luoghi deputati, ogni minima superficie è in grado di rispondere agevolmente a diverse funzioni, a seconda delle configurazioni poste in opera grazie all'inedito posizionamento, o ai movimenti, degli oggetti di arredo, non più stabili né prevedibili.
La casa non è più una aggregazione di “stanze” monofunzionali ma, grazie anche alle necessità indotte dallo spazio minimo, diviene la scena flessibile dove svolgere eventi legati alla vita quotidiana, attraverso l'introduzione, o anche solo la disponibilità, di apparati semplici ed essenziali, di ambiti e ambienti fortemente relazionati tra loro, di oggetti polifunzionali e polivalenti, disegnando intorno all'uomo, alla dimensione del suo corpo, ai suoi movimenti, spazi comodi e utili, luoghi evocativi e rispondenti alle sue aspirazioni.
L'idea stessa di cohousing, affermatasi negli ultimi anni, nell'immaginare nuove forme di socialità, scardina la sacralità e l'inamovibilità di alcuni luoghi funzionali, rende condivisi, e quindi anche fuori dall'ambito privato, alcuni degli spazi tecnici principali, così da innalzare il livello prestazionale, ridurre i costi di gestione ma, soprattutto, innescando processi relazionali desunti da un'idea di comunità duttile e tollerante.
Tale breve disamina cronologica vuole in realtà rimarcare un principio che trova fondamento nell'attualità e cioè che se comunemente i termini “bagno e cucina” indicano sia gli oggetti che gli spazi, dove spesso gli uni sono contenuti negli altri, oggi tale corrispondenza diretta non è più garantita e, per esempio, una cucina - intesa come mobile dotato di strumenti idonei a cucinare - può anche stare in soggiorno o in corridoio e, analogamente, la cucina - intesa come spazio fruibile dove svolgere la funzione di cucinare - non è più una “stanza” definita ma può coincidere con una porzione, un sotto-ambito di un ambiente che, in altri momenti della giornata, è destinato ad assolvere a differenti necessità.
Da ciò si deduce che tali funzioni, a cui normalmente si fa corrispondere sia un ambiente definito che un sistema di attrezzature capaci di soddisfare i bisogni richiesti, oggi non costruiscono più una relazione diretta e irrinunciabile tra spazio-oggetti-azioni, cioè tra luogo, mobili e strumenti, comportamenti e sensazioni derivanti dalle esigenze in continua evoluzione e quindi vanno ripensati di volta in volta sulla base delle richieste espresse dagli utenti.
Il panorama domestico contemporaneo presenta, nei confronti di tali organismi funzionali, due atteggiamenti paralleli, a volte coincidenti: quello della presenza di elementi riconoscibili e quello dell'assenza di ciò che comunemente è “a vista”. Assenza e presenza rispetto ad una consuetudine morfologica e compositiva, organizzativa e funzionale, tecnica e prestazionale, dove i singoli elementi deputati al soddisfacimento dei bisogni ora appaiono come icone tecnologiche dal design innovativo disposte in luoghi talvolta inconsueti, con ruoli che vanno oltre la loro stessa funzione, ovvero vengono nascosti e integrati ad altre strutture, grazie alla flessibilità delle componenti e alla polifunzionalità degli ambienti e, quasi privi di uno spazio proprio, entrano in relazione con altri elementi e con l'uomo solo quando è richiesta la loro presenza attiva.
Il mercato produttivo delle componenti tecniche e arredative di bagni e cucine oggi lavora sempre più nella direzione della ricerca di uno stile, o di tutti gli stili possibili, di un design stupefacente, di una innovazione tecnologica, di una integrazione con il digitale attraverso la domotica, a partire da questo l'architettura, la disciplina cioè che deve immaginare lo spazio dove far svolgere la vita dell'uomo, può e deve farsi carico di dare forma e regola ai comportamenti e alle relazioni interpersonali in via di definizione. Se l'architettura dovesse recedere da questo suo ruolo critico e propositivo nel contempo, il solo disegno degli oggetti, le avanzate innovazioni di utensili e strumenti, non saranno certo sufficienti a influenzare la vita dell'uomo ma unicamente a rispondere alle sue primarie necessità, in modo sempre più sofisticato, a volte addirittura anticipandone i desideri.
Per tale ragione è indispensabile osservare con attenzione i nuovi modelli sociali, le forme di convivenza, le storie e le culture che compongono il complesso scenario della collettività, il potere economico ed acquisitivo, la quantità e la qualità del tempo libero, i fenomeni culturali e le modalità di comunicazione al fine di trovare, nell'aspetto antropologico e sociologico del dimorare, le indicazioni per il corretto progetto dei luoghi.
La mancanza, o anche solo la disattenzione, verso un pensiero vigile sui principi dell'abitare ha portato, negli ultimi anni, ad uno scenario edilizio a volte privo di ogni valutazione critica sulle necessità pratiche e incapace di restituire un'immagine esteticamente convincente del nostro tempo, della nostra cultura. Il mestiere dell'architetto, inteso non come un semplice professionista ma come interprete e artefice dei contenuti che regolano le relazioni tra gli individui, attento al processo di produzione industriale e alla cultura del design che hanno saputo utilizzare le innovazioni della tecnica, deve restituire anche al processo edilizio, attraverso il progetto di architettura, l'intensità necessaria al fine di definire e conformare l'habitat più idoneo a soddisfare le aspirazioni e i bisogni della società che verrà.





08 febbraio 2016

sotto-lineare



Il termine latino textura e il corrispondente anglosassone texture, richiamano alla memoria dell'architetto l'opera teorica di Gottfried Semper che vede nell'arte tessile, nella struttura di tappeti e stoffe demandate a suddividere originariamente gli spazi o a impreziosire le superfici delle pareti e dei pavimenti, il principio stesso della decorazione, la nascita cioè dei margini fisici che racchiudono l'interno quali elementi architettonici dotati di un carattere stilistico capace di corroborare ed esplicitare i sensi dell'architettura.
L'analogia con la struttura originaria di ciò che è tessuto, con l'intreccio di fili e nodi, nell'opera del maestro tedesco, evidenzia, in campo architettonico, il valore della trama dei materiali da costruzione e di rivestimento - e delle regole a cui essi sono soggetti - che, messi in opera secondo la loro natura, nel perseguire il fine di sostegno e di collegamento, disegnano indispensabili orditi di linee e spazi, di vuoti e pieni, che sono all'origine dei segni che compongono il linguaggio stesso dell'opera costruita.
Il richiamo ai principi semperiani non intende disgiungere la teoria dalla prassi progettuale quanto rafforzare l'attenzione verso uno dei fondamenti del mestiere dell'architetto, cioè che la scelta di un materiale, che la sua finitura, il colore, la grana e l'aspetto, si deve coniugare con le regole della posa in opera, con i formati e la disposizione, con la natura dei leganti, delle colle e delle malte, con l'ineliminabile disegno dato dai giunti e dalle fughe, che palesano e ordinano le caratteristiche delle componenti costruttive scelte.
Rispetto ai principi dell'ornamento significa affermare che è impossibile scindere il pattern geometrico strutturante l'impianto decorativo, cioè la matrice ordinatrice, dai colori, dagli inserti figurativi, dai criteri percettivi e dai rimandi narrativi. Anzi, che quando tale trama non è invisibile o subalterna, diventa essa stessa, il suo impianto compositivo e regolatore, la ragione dell'intero sistema decorativo, costruendo indicazioni evidenti che, a partire dalle regole della percezione visiva, inducono comportamenti e suggeriscono azioni, caratterizzando il senso dei luoghi, degli ambiti di cui sono composti.
Il progetto pertanto non è indipendente da un preciso supporto narrativo che è quello di una grafia necessaria, di una grammatica di segni e orditi, capace di rafforzare o, a volte, addirittura di contraddire, il senso stesso dell'opera suggerito dal ritmo delle strutture e degli spazi in esse contenuti e da esse definiti. La texture è quanto di più evidente nell'esperienza percettiva dello spazio, proprio perché superficiale e insita nella natura stessa dell'abito indossato dalla scatola architettonica, per cui diviene la sottolineatura indispensabile per trasmettere, a livello visivo, tattile e cognitivo, i contenuti proposti dal progetto.
Essa non è eliminabile, non è secondaria, e come tale va tenuta in conto nella complessa definizione della qualità superficiale dei margini dello spazio architettonico che, dalla sua presenza, dalle sue regole, dalle armonie geometriche e proporzionali, può ricevere ulteriori e più precisi strumenti capaci di disvelare i suoi veri contenuti.
Fino all'esperienza limite di alcuni maestri dell'architettura che sono giunti a disegnare, in maniera prioritaria, il vuoto tra i vari materiali, individuando preventivamente le regole della trama portante (trama nella duplice accezione di racconto e di texture), la partitura visibile su cui poggiare gli elementi materici, resi discreti ed isolati e comunque subalterni, della costruzione o del rivestimento. Tra questi va ricordato Sigurd Lewerentz che, in particolare in una delle sue ultime opere, la chiesa di St. Petri a Klippan in Svezia, ha imposto ai mattoni portanti e ai rivestimenti in laterizio e klinker, un'ordine prestabilito da una texture mai omogenea e ripetitiva, mai solo strutturale o tecnica, ma sempre espressiva e comunicativa. Una trama di vuoti, di linee, in cui la materia stessa dei giunti arriva ad avere pari dignità rispetto ai materiali che lega e pone in relazione. Un'opera in cui si percepisce la chiara volontà di usare linee e tessiture come un pentagramma non solo utile e strumentale ma significante esso stesso, capace di rallentare il passo, di guidare lo sguardo, di rasserenare o di confondere i passi di chi si avvicina e fruisce, nella sua completezza, dell'opera progettata.
Alle texture naturali, derivanti dai giunti e dalle fughe, vanno poi aggiunte quelle proprie dei materiali utilizzati - venature, segni delle lavorazioni, colorazioni della pasta, tracce dei getti o dei ritiri - o su di essi apposte - serigrafie, tagli, pittura, grafica - corroborate dalla natura dei materiali - trasparenti, riflettenti, opachi, traslucidi, ruvidi - che comporta, in sintesi, una lettura dello spazio fruibile attraverso layer sovrapposti, piani che si accavallano portatori di regole geometriche e di armonie, di segni e tracce, di proporzioni e dissonanze, tutti finalizzati ad una sovrascrittura esplicita, una sottolineatura irrinunciabile, chiarificatrice dei significati di cui l'opera intende farsi portatrice.




08 gennaio 2016

Home sweet home



Il giovane architetto aspira a “costruire”, a materializzare spazi atti a soddisfare precise esigenze funzionali. L'architetto più maturo, invece, sa che il suo compito è quello di dare forma al “bisogno di abitare”, predisporre luoghi con cui rispondere all'istinto di protezione, di condivisione e di relazione. L'architetto, infatti, capisce col tempo e l'esperienza che il suo dovere non è solo di organizzare spazi adeguati, commisurati e funzionali, dalle idonee prestazioni e dotazioni, ma è piuttosto di assecondare il primitivo istinto di “abitare un luogo”, di costruire un sistema sensibile capace di divenire la scena dove far svolgere all'uomo - al meglio - la sua vita. Non si tratta cioè di ordinare luoghi capaci di soddisfare solo bisogni ed esigenze pratiche che, nella loro genericità, potrebbero risultare estranei ai futuri utenti, ma di dare vita a desideri e aspettative, costruire significati e trame narrative che, a partire dai segni e dai sensi della tradizione rapportata al tempo in cui si vive, consentano di comprendere e farsi comprendere, di sentire e di esprimere il proprio punto di vista, di lasciare cioè tracce evidenti dell'essere nel mondo.
Volendo guardare il problema da un altro punto di vista, si può dire che “possedere una casa”, costruirsela o farsela costruire, non implica direttamente il “sentirsi a casa”. Il senso del possesso si realizza attraverso il riconoscimento (e la delimitazione) di un ambiente specifico, distinto dagli altri, di cui si ottiene l'uso esclusivo, mentre la percezione piena e completa dei principi dell'intimità, del privato - in una parola del domestico - si ottiene attraverso il riconoscimento di valori e significati capaci di evocare l'istinto dell'abitare che, secondo il pensiero heideggeriano viene prima della capacità o dell'attitudine a costruire.
Una residenza - una casa - è prima di tutto un luogo dove dimorare, uno spazio dove riconoscersi e da cui farsi riconoscere, capace di stimolare azioni, pensieri e ricordi, è la forma materiale delle proprie memorie, dove conservarle e dove costruirne di nuove.
Per tale ragione progettare una casa significa, dando per scontato l'impegno ad assolvere i bisogni primari espressi da chi l'abiterà, esprimere l'idea di domesticità propria del tempo in cui si vive. Non attraverso stilemi o linguaggi, non utilizzando strumenti o tecniche, ma individuando il significato più profondo capace di sostanziare le semplici azioni che regolano il quotidiano, rileggendo concetti come intimità o condivisione, autonomia o partecipazione, alla luce della cultura e delle aspettative del mondo in cui si vive.
L'architettura è infatti il mezzo e non il fine del lavoro dell'architetto, è cioè lo strumento attraverso il quale raggiungere l'obiettivo di permettere all'uomo di esprimere al meglio i propri desideri in un contesto spaziale significante e commisurato alle sue esigenze. L'architettura non dovrebbe mai essere autoreferenziale, esprimere e rappresentare solo sé stessa, assecondare mode o stilemi, specialmente quando si parla di spazio domestico che è il luogo più intimo a cui si è chiamati a dare forma. Lo spazio infatti non è mai ingenuo, non esiste architettura innocente, i luoghi attraverso la loro conformazione e definizione influiscono sulla vita, sulla percezione, sulle azioni e sulle relazioni stesse che vi si svolgeranno.
Storicamente, a quella architettura che si limita a essere la risposta coerente al proprio tempo, ponendosi come diretta declinazione degli stili di vita e delle relazioni sociali e delle abitudini consolidate, si pone criticamente in alternativa quella che tenta di anticipare i cambiamenti culturali di cui già si percepisce la portata e la forza, immaginando gli scenari abitativi prossimi che altereranno ciò che, invece, appare solido ed inamovibile. L'architettura attenta alla vita dell'uomo si è sempre messa in discussione, talvolta addirittura provocando e accelerando processi di rinnovamento e di trasformazione dei costumi di una società talvolta non attenta al valore dei processi di attualizzazione dei propri contenuti.
Immaginare, oggi, lo spazio della residenza richiede pertanto un'accurata analisi dei comportamenti richiesti dalla collettività, ma anche la previsione di come questi muteranno a causa di un andamento delle forme di comunicazione, delle capacità relazionali, del tipo di bisogni espressi che, in altri campi della vita dell'uomo, hanno già sollecitato la ricerca di nuove soluzioni.
Lo schematismo di alcune tipologie, apparentemente atte a risolvere esigenze stratificate nel tempo, non corrisponde più oggi alla palese necessità di continui, rapidi quanto semplici, adattamenti a condizioni sempre diverse che provengono progressivamente dalle relazioni interpersonali; così come la precisa determinazione funzionale di alcuni luoghi perde di significato se si fa riferimento alla rivoluzione imposta da strumenti e tecnologie, anche di brevissima durata, che incidono in maniera sostanziale sulle aspettative del singolo. Tutto ciò che è materiale inoltre deve fare i conti con una sempre più pressante invadenza della realtà immateriale capace di risolvere la quotidianità, generando comportamenti ed atteggiamenti mai visti prima.
Immaginare oggi le strategie progettuali per gli spazi domestici significa passare dalla costruzione di figure precise, corrispondenti a esigenze chiare quanto stabili, alla composizione complessa di trame intrecciate, capaci di fornire soluzioni plausibili ad ogni nuovo impulso derivante dalle prossime trasformazioni. Un tessuto realizzato dalla sovrapposizione di possibilità tutte compresenti che devono dare risposta ad una società multiculturale, multireligiosa e multietnica, a differenti fasce di età sia esse autonome che in simbiosi, a gusti e ideologie non codificabili, a pratiche di vita condizionate dal transitorio, dalla provvisorietà, dalla assenza di obiettivi fissi e duraturi.
Se un tempo l'espressione “casa dolce casa”, scritta con caratteri aggraziati, faceva bella mostra di sé in un quadretto posto su una parete della propria abitazione a indicare come questa potesse rappresentare il punto di arrivo, capace di assolvere per sempre ogni esigenza, oggi l'unico riferimento possibile, per trovare un'analogia con il nostro quotidiano, è quello di immaginare la propria residenza come uno strumento flessibile e potenzialmente capace di dare ogni risposta purchè personalizzabile e capace di divenire l'immagine stessa del proprio modo di concepire l'abitare; né più né meno di un tablet o di uno smartphone che hanno dotazioni base ma che si possono arricchire di app o gadget, e comunque possono avere come sfondo o salvaschermo la foto più intima che appartiene alla memoria del singolo, ai suoi ricordi, in grado di esprimere sogni e futuri prossimi in cui trovare altre icone in grado di sostituire le precedenti.